Da Natale stilista di Milano cerca sarte ma non riesce a trovarle

In Italia, dove il tasso di disoccupazione è uno dei più alti d’Europa, può paradossalmente accadere che una Sartoria prestigiosa di Milano non riesca a trovare delle sarte da assumere.

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In Italia, dove il tasso di disoccupazione è uno dei più alti d’Europa, può paradossalmente accadere che una Sartoria prestigiosa di Milano non riesca a trovare delle sarte da assumere.

La storia è raccontata da Repubblica.it.

Angela Formaggia è la titolare, da 30 anni, della Sartoria Angela Alta Moda, che si trova nel centro di Milano.

Attualmente, nel suo atelier, lavorano sette sarte ma ne avrebbe bisogno di altre cinque per far fronte alla mole di ordini ricevuti, soprattutto dall’estero.

Le sto cercando da prima di Natale – ha raccontato Angela a Repubblica – anche perché tre delle mie collaboratrici nell’ultimo periodo sono andate in pensione, ma sembra sia impossibile trovarle. È paradossale, eppure mancano artigiane che vogliano lavorare in uno dei settori trainanti del made in Italy, ovvero quello dell’alta moda“.

Le uniche a farsi avanti sono state donne straniere, provenienti soprattutto dalla Cina e dal Senegal: “Hanno senza dubbio voglia di lavorare – ha detto la titolare della Sartoria – e sanno usare la macchina da cucire, ma hanno una formazione adatta al mondo del prêt-à-porter, mentre qui ogni cliente vuole abiti personalizzati, in grado di valorizzarne l’aspetto nonostante l’avanzare dell’età e le inevitabili imperfezioni che questo comporta”.

Si tratta di un fenomeno lavorativo che non è circoscritto solo alla sartoria femminile. In Italia, infatti, cominciano a mancare gli artigiani:Purtroppo si può dire che abbiamo perso due generazioni – ha spiegato Anna Formaggio – Ci sono le sarte di 70 anni, che hanno ancora l’entusiasmo di un tempo, ma ovviamente non possono più sostenere i ritmi di quand’erano ragazze, e le giovanissime, a cui servirà tempo per farsi le ossa. Si tratta di un fenomeno esploso con evidenza a partire dagli anni Ottanta. Tutti volevano lavorare in fabbrica per sole otto ore al giorno, senza più essere costretti ai sacrifici che devono affrontare gli artigiani“.

Noi aggiungiamo anche un’altra ipotesi: non è che si sta trascurando eccessivamente il lavoro manuale ma si tende a preferire quello intellettuale? Non è che si pensi più alla laurea prestigiosa che a un lavoro vero e proprio?

Voi che ne pensate?

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