I belli sono i buoni, i brutti sono i cattivi

Ai miei tempi con le Barbie si giocava. Erano soltanto bambole, anche se un po’ più costose delle altre. Erano un regalo talmente prezioso che solo Babbo Natale poteva permetterselo e tu facevi “fioretti” ad oltranza pregando che il nonnino di rosso vestito non dimenticasse che tu nella letterina avevi chiesto proprio “lei” e non Cicciobello.

Ai miei tempi, per essere fighe, ci si vestiva e pettinava come Madonna: collant a mo’ di fascia tra i capelli cotonati, pizzi, merletti, minigonna sopra i leggings (allora si chiamavano pantacollant o fuseaux) e gli introvabili braccialetti di plastica. Se eri fortunata li trovavi in edicola con “Cioè” o “Debby”.

I miei tempi erano gli anni Ottanta, praticamente il secolo scorso.

Oggi esistono ancora le Barbie e la signora Ciccone continua a cantare, ma le bambine giocano con i tablet e, ironia della sorte, quando diventano grandi si trasformano in vere e proprie Barbie viventi per sentirsi fighe.

Ce lo hanno detto Valeria Lukyanova, Angelica Kenova, Rachel Evans, Martina Big, Alicia Amira. Probabilmente alla maggior parte di voi questi nomi non diranno niente, ma se provate a googlarle scoprirete che hanno tutte una cosa in comune: se le danno di santa ragione a suon di bisturi e botulino per il titolo di “Barbie umana ufficiale”.

Scelte di vita, direbbe qualcuno. Gente stravagante, le definirebbe qualcun altro. Tempi che cambiano, sentenzierebbero altri ancora.

Io non so di cosa si tratti veramente. So però che ai miei tempi si sudava in palestra e si “faceva la dieta” per cercare di avere un fisico che anche solo lontanamente ricordasse quello di Brooke Shields, Carole Alt o Cindy Crawford. E so che alla chirurgia plastica si ricorreva al massimo per “aggiustare” un naso “importante” o “alla greca”.

Dunque a me, figlia di quei tempi, oggi risulta difficile comprendere perché Valeria Lukyanova rifiuti il cibo per nutrirsi solo di “luce e aria” e perché Rachel Evans che ha speso 20mila sterline in interventi di chirurgia plastica si sia fatta pure alzare gli angoli della bocca per avere un sorriso alla Barbie.

Non riesco a capire il motivo per cui Alicia Amira, dopo aver speso 10mila euro per rifarsi naso, zigomi, guance, denti e per gonfiare labbra e seno, adesso voglia cucirsi le dita “per sembrare ancora più bambolesca”.

Non so spiegarmi perché Martina Big abbia deciso di avere il seno più grande d’Europa e di farsi iniezioni di melanina per scurirsi la pelle e farsi chiamare “la Barbie nera”.

Però so che, pur essendo mamma di un maschietto, non potrò dormire sonni tranquilli: Rodrigo Alves si è sottoposto a ben 58 interventi chirurgici per diventare il “Ken umano”, mentre un ragazzo americano poco più che ventenne che si fa chiamare Vinny Ohh ha subito 110 operazioni per assomigliare ad un alieno ed ora sta meditando di farsi rimuovere capezzoli, ombelico e genitali.

È vero che già Seneca sentenziava “impara a piacere a te stesso” e che Herman Hesse aveva capito che “senza amare se stessi non è possibile amare neanche il prossimo”. E infatti io, sempre figlia di quei tempi di cui sopra, non mi chiedo tanto il perché di questa ossessione per la bellezza (d’altronde narcisisti lo siamo un po’ tutti), ma piuttosto il perché di questa degenerazione dell’ossessione per le “misure perfette” (anche se sul concetto di perfezione ci sarebbe da discutere) che colpisce maschi e femmine indistintamente.

In molti mi risponderebbero “è colpa della società che trasmette il messaggio sbagliato che per avere successo bisogna essere… bla bla bla…”, intendendo per “società” i media.

Ma la cosiddetta “società” non siamo anche noi genitori, fratelli, nonni, zii e amici? Il dubbio si insinua: non sarà anche un po’ colpa nostra perchè non riusciamo a contrastare l’impatto dei media sulle nostre vite?

Probabilmente non è tutta colpa di facebook se si è diffusa l’idea che i belli sono i buoni e i brutti sono i cattivi.