Cambiamenti climatici, ecco come potrebbe risentirne il sistema finanziario

L’ultimo rapporto denominato “Managing Climate Risk in the Financial System”, che è stato oggetto di un’apposita richiesta da parte della Commodity Futures Trading Commission degli Usa, ha posto in essere alcune conclusioni particolarmente preoccupanti circa l’impatto che potrebbero avere i cambiamenti a livello climatico sul sistema finanziario mondiale.

I regolatori federali americani, che si occupano di sovrintendere i vari mercati delle materie prime a stelle strisce, sono giunti ad una conclusione particolarmente d’effetto. Ovvero, che gli sconvolgimenti, come temperature che la Terra non ha mai visto negli ultimi 50 milioni di anni, che si stanno susseguendo nel corso degli ultimi anni a livello climatico rappresentano una serissima e più che reale minaccia per i mercati finanziari non solo americani, ma anche mondiali.

Tutti quei costi che sono legati a cataclismi naturali, come ad esempio siccità, inondazioni e tempeste non fanno altro che provocare conseguenze che poi vanno a riversarsi a livello finanziario sui mercati assicurativi e su quelli ipotecari, ma anche sui fondi pensione e così via.

L’impatto sugli strumenti finanziari complessi

Un aspetto, quello dei cambiamenti climatici, a cui dovranno stare più che attenti anche tutti coloro che sono soliti investire sul trading online con una piattaforma completa e ricca di funzionalità come Plus500. Chi è solito investire sui mercati a stelle e strisce, infatti, dovrà per forza di cose rimanere estremamente aggiornato sulla questione ambientale. Certo, non è poi una così grande novità il fatto che gli shock legati al cambiamento climatico possano riversarsi negativamente anche sul sistema finanziario. Eppure, l’impatto di questo nuovo rapporto è davvero da tenere d’occhio, visto che vengono messi in evidenza gli importanti effetti negativi su strumenti finanziari complessi, come ad esempio swap, futures e altri derivati che danno una mano nello stabilire il prezzo di diverse materie prime, basti pensare al grano, piuttosto che al mais, ma anche chiaramente al petrolio. Si può considerare come la prima vera e propria indagine particolarmente approfondita che è stata portata a termine da parte del governo federale e che si concentra sulle conseguenze negative del cambiamento climatico sull’universo di Wall Street.

È da rimarcare come, già solo il fatto che sia stato oggetto di pubblicazione e, quindi, di diffusione a livello non solo nazionale, ma con un eco chiaramente anche mondiale, deve far pensare e produce indubbiamente scalpore. Infatti, si tratta di una serie di dati e di previsioni che sconfessano apertamente quello che l’amministrazione Trump ha sempre sostenuto, ovvero che il cambiamento climatico non fosse una questione così pressante e importante da risolvere. Anzi, dalla Casa Bianca sono sempre arrivati segnali molto negativi da questo punto di vista, sottovalutando la situazione, al punto tale che Trump vuole lanciare una serie di azioni di deregolamentazione ambientale, con l’intento di pensare solo ed esclusivamente a stimolare la crescita a livello economico.

In contrapposizione con l’amministrazione Trump

Eppure, quello che viene sostenuto in questo rapporto, va in una direzione completamente opposta rispetto alle scelte dell’amministrazione Trump, sottolineando come chi non interverrà per limitare il cambiamento climatico, dovrà affrontare una serie di problematiche a livello finanziario decisamente gravi. Quello che sorprende è che si tratta della prima volta in cui un’entità del Governo ha studiato a fondo quale impatto possa avere la questione climatica sui mercati finanziaria a stelle e strisce. Insomma, non si approfondisce il problema dal punto di vista scientifica, quanto piuttosto i rischi finanziari di tale scenario.

E pensare che i cinque regolatori delle materie prime sono stati nominati tutti dallo stesso Trump all’unanimità nell’estate dello scorso anno. Chi ha proposto per la prima volta la possibilità di stilare un simile rapporto? Pare che l’idea arrivi dalla mente di Rostin Behnam, anche se in realtà poi al rapporto hanno collaborato decine di analisti, ma pure alcune compagnie petroliferi ed esperti accademici e gruppi ambientalisti.