Caso Gregoretti, sarà Renzi a ‘salvare’ Salvini dal processo?

Matteo salverà Matteo? Chi può dire di no? Come stanno le cose, al momento.

Matteo salverà Matteo? Chi può dire di no? Intanto si sa – lo dicono i più noti analisti politici italiani – che i due si telefonano quotidianamente nel privato e in tv se ne dicono di santa ragione.

Una incoerenza? No, solo politica. Una politica che potrebbe portare a medio termine alla conquista della Tocana da parte della Lega, «ma con un moderato‘, come vorrebbe l’accordo tra i due mattei.

L’obiettivo? Fare cadere il governo di Giuseppe Conte e mettere insieme un governissimo che dovrebbe escludere le ali più estremiste del parlamento. Una ipotesi che Aldo Cazzullo ha paventato nel suo romanco “Peccati immortali”, dove, ancora prima che si parlasse di tale possibilità, aveva parlato del passaggio del Movimento Cinque Stelle dall’alleanza con la Lega a quella col Partito Democratico.

Intanto guardiamo all’oggi del rapporto tra i più noti Matteo d’Italia. Il caso Gregoretti ha alzato infatti il livello dello scontro fra Matteo Salvini e la maggioranza, ma non solo. La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’Interno rischia infatti di diventare un nuovo ‘casus belli’ tutto interno ai giallorossi.

LEGGI ANCHE: Matteo Salvini diventerà papà per la terza volta?

La data da cerchiare è quella del 20 gennaio. Sarà con tutta probabilità quello il giorno in cui la Giunta per le immunità di Palazzo Madama deciderà se dare il via libera alla richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dal tribunale dei ministri di Catania. In questo mese però non si escludono sorprese. Se il M5S ha già più volte ripetuto di voler prendere una strada opposta rispetto al caso Diciotti questa volta l’ago della bilancia è Italia Viva.

A conti fatti la situazione è limpida: senza l’ok dei tre rappresentanti del partito di Renzi, Francesco Bonifazi, Giuseppe Cucca e Nadia Ginetti, la richiesta sarà respinta. Una posizione di favore nella quale Iv si trova dopo la scissione dal Pd che, suo malgrado, è rimasto con un solo rappresentante in Giunta. E i renziani non hanno nessuna intenzione di anticipare le loro mosse.

Premessa la condanna ai “decreti insicurezza” e al “comportamento tenuto da Salvini” i parlamentari di Italia Viva, prima di decidere, vogliono vederci chiaro. “Leggeremo le carte e decideremo, senza isterismi e senza sventolare cappi e manette, come si fa nei paesi civili”, sentenzia il capogruppo al Senato, Davide Faraone. “Premetto – scrive Faraone in un lungo post su Facebook- che io Salvini, umanamente e politicamente l’ho già condannato il giorno che sono salito a bordo della Diciotti e quando ho dormito all’addiaccio sul ponte della Sea Watch3. Ho contestato con i fatti la sua politica, non con le chiacchiere. E premetto anche che da gennaio si tornerà a lavorare per far saltare i decreti ‘insicurezza’ voluti dall’ex ministro dell’interno”.

“Fatte queste dovute premesse, non capisco cosa ci sia di strano quando bisogna decidere se mandare a processo o meno un uomo nel dire: ‘approfondiremo, guarderemo le carte e poi decideremo’. Se dicessimo che tutto è già deciso, quando il procedimento è stato semplicemente incardinato in giunta per le autorizzazioni a procedere, vorrebbe dire che avremmo fatto coincidere il giudizio politico con quello giudiziario -prosegue Faraone-. Noi non usiamo le questioni giudiziarie a fini politici, non lo abbiamo mai fatto e mai lo faremo. Oppure il garantismo vale per gli amici, mentre per gli avversari politici si diventa giustizialisti?”.

LEGGI ANCHE: Salvini al congresso della Lega: “L’Italia è cristiana fino al midollo”.

“Noi non ci chiamiamo Salvini, non siamo giustizialisti con i poveri cristi, spesso senza colpa, non diciamo “buttare la chiave” quando vediamo portare via in manette Carola Rackete e non diventiamo improvvisamente garantisti quando i magistrati toccano i potenti come lui. Leggeremo le carte e decideremo, senza isterismi e senza sventolare cappi e manette, come si fa nei paesi civili”, conclude.

Nel frattempo il leader della Lega prosegue con la strategia difensiva che sa interpretare meglio: quella dell’attacco a testa bassa. “Se sarà processo, idealmente con me in quel tribunale ci saranno milioni di italiani”, dice prima di pungolare direttamente i magistrati di Catania: “Vorrei sapere quanto costa al popolo italiano questa vergogna. Ci sono centinaia di pagine, ore di lavoro. Io ho difeso i confini, la sicurezza e l’orgoglio del mio Paese. Inseguite i mafiosi piuttosto che rompere le palle a uno che fa il suo lavoro, manco fossi Totò Riina”.

Ma è anche sulla ricostruzione dei fatti che il capo del Carroccio punta per avvalorare la sua tesi. Secondo Salvini la decisione di lasciare tre giorni in mare la nave con 131 persone a bordo, prima di concedere un porto di sbarco il 31 luglio scorso, è stata condivisa da tutto il governo gialloverde. Nessun sequestro di persona, quindi, ma una decisione politica collegiale e non autonoma. A tal proposito, secondo fonti leghiste, Salvini avrebbe conservato copia delle interlocuzioni scritte avvenute a proposito. Si tratterebbe di numerosi contatti anche tra ministero dell’Interno, Presidenza del Consiglio, ministero degli Affari Esteri e organismi comunitari. Materiale che sarebbe al vaglio dei legali del leader della Lega, pronti a diffonderlo al momento opportuno.

Inoltre il Carroccio fa riferimento a una dichiarazione televisiva del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, proprio del 30 luglio in cui parlava di “dialogo fra ministeri” e di una posizione comune del governo. Proprio lo stesso Guardasigilli che ha confermato come “ci siano i presupposti” per dare parere favorevole al processo. Salvini, dal canto suo, lo ha invitato a dimettersi. I nodi verranno al pettine entro un mese, Italia Viva permettendo.

LEGGI ANCHE: 18enne si sottopone a un intervento chirurgico e finisce in coma.