Coronavirus, paziente di Bergamo: “Dottoressa, dica a mia moglie che la amo”

Il racconto di un medico: “Portiamo i messaggi ad amici e parenti”

L.B. sono le sue iniziali. È a casa, per tirare il fiato, dove vive con il marito e due bambini a cui non si può nemmeno avvicinare: «Mi sono tagliata i capelli e vedo i figli con la mascherina». La testimonianza di un chirurgo, che è anche una mamma, pubblicata sul Corriere della Sera.

Non è un capriccio, ma un’immagine potente della sua rinuncia come donna per continuare ad essere medico e madre. «Quando sto per arrivare a casa avviso mio marito perché tenga i bambini lontani. Vado in bagno, butto tutto da lavare, sto sotto la doccia per 40 minuti, mi sfrego con acqua e sapone».

Area isolamento coronavirus
La distanza tra l’area dove si curano i casi di Coronavirus e il resto del reparto è spesso esigua

LEGGI ANCHE: Coronavirus, morti due dipendenti delle Poste di Bergamo

È avvilita: «Stiamo in piedi con la rabbia. Non abbiamo gli strumenti per intervenire su tutti, oltre che le protezioni». Racconta in modo duro e crudo tutto quello che succede in corsia. Le difficoltà e il senso di impotenza.

«Il paziente va in arresto respiratorio, gli pratichi il massaggio cardiaco perché no, tu medico non riesci a lasciarlo morire, ti guarda. E quando lo devi intubare? Il tubo ce l’hai ma non hai il ventilatore. Quindi? Si discute tanto di eutanasia, ma queste sono persone che, se avessimo i presidi, potrebbero farcela».

«Ti guarda, il paziente», racconta L.B., un chirurgo, 50 anni. Non è solo un medico, però, è anche l’ultima possibilità di contatto con la famiglia che non si vede da giorni, con il mondo esterno. Quel mondo per il quale c’è ancora speranza.

LEGGI ANCHE: Coronavirus, Francisco Garcia è morto a 21 anni: il più giovane d’Europa

Mogli e mariti, figli e nipoti che aspettano notizie confortanti a debita distanza, dietro a un vetro. «Il paziente sa che cosa sta succedendo, glielo leggi negli occhi. “Dica a mia moglie che la amo” o “mandi un saluto alla mia nipotina appena nata che non ho potuto vedere”, ti dicono».

E poi: «Ai pazienti riportiamo le parole che i loro familiari ci consegnano al telefono, i bigliettini con i messaggi e i disegni dei nipotini che ci portano, restando fuori. Ai parenti, diamo al telefono le notizie dei decessi».

E ancora: «Ho dovuto comunicarlo a due figli di un paziente che abitano distanti l’uno dall’altra. Non hanno nemmeno potuto piangerlo insieme. Non dico tenergli la mano, perché nemmeno noi possiamo farlo».

Uno strazio, sempre lo stesso, ma al quale non ci si riesce ad abituare, non si può: «Muoiono soli e vengono portati in camera mortuaria avvolti in un telo con il disinfettante. Noi medici resistiamo, dobbiamo, ma siamo già vicini al crollo psicologico per la fatica, le ansie, e perché stiamo perdendo amici cari».

Sono medici, come soldati in trincea, in prima linea contro il nemico: un nemico minuscolo e subdolo, dalla forza impressionante. Ma davanti al quale non vogliono arrendersi. Non possono. Questa è la testimonianza di un chirurgo, di un medico. Come ce ne sono tanti impegnati in tutta Italia, e non solo.

L.B. continua raccontare dettagli che dànno l’idea di quanto sia seria l’emergenza: «Un collega con la moglie incinta si è trasferito con un altro in un B&B. Decine e decine si stanno ammalando. Vengono con la febbre ma non possiamo fare diagnosi, perché siamo troppo pochi, se non quando i sintomi sono tali che non si può più stare qui».

«Qui»: la metà del reparto di chirurgia «pulito», senza i contagiati dal Coronavirus. Perché l’altra metà – sempre all’ottavo piano – li ha. Poi c’è il turno al pronto soccorso: «Ci sono pazienti in bagno, per isolarli. Oppure che restano in ambulanza, li visitiamo lì».

Ha staccato, il medico, per stare a casa con la sua famiglia, la mascherina e i bambini a distanza. Ha staccato, come no: «Sto aspettando gli esiti di due tamponi. A due ragazzi del 1973». Finalmente arrivano: uno positivo e uno negativo. «Sono felice, a metà»: commenta.