Crisanti: “La curva salirà ancora, chiudere per 2 – 3 settimane”

I consigli del microbiologo, intervistato da La Stampa.

Andrea Crisanti, microbiologo
Andrea Crisanti, microbiologo

Il microbiologo Andrea Crisanti, intervistato da La Stampa, ha affermato: «Così come siamo il sistema è saturo. Le previsioni non si fanno però sui numeri dei nuovi contagi, bensì sul rapporto tra nuovi positivi identificati e persone in isolamento domiciliare».

Secondo Crisanti ciò significa che «per ogni nuovo contagiato è necessario identificare in media tra le 15 e le 20 persone con le quali è venuto a stretto contatto. Con oltre settemila nuovi casi di positività dovremmo rintracciare e mettere in isolamento domiciliare 140 mila persone. Invece leggo che nelle ultime 24 ore ne sono finite in quarantena appena 1.300. Vuol dire che il 95% di quelle persone potenzialmente infette circola liberamente per il Paese». Insomma, siamo di fronte alla «Caporetto della prima linea difensiva, il contact tracing».

Foto di Tumisu da Pixabay

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Secondo Crisanti l’aumento dei casi «non lo fermiamo più né con il contact tracing e nemmeno con quello che chiamiamo network testing». L’esperto ha spiegato che «il metodo che abbiamo utilizzato a Vo’ Euganeo o al Senato, testando un’intera comunità a rischio di contagio».

«Con questi numeri – ha dichiarato Crisanti – bisogna diminuire i contatti personali e passare a chiusure via via più estese», perché «il virus passerà inesorabilmente dai giovani agli anziani facendo salire ricoveri. E purtroppo anche i decessi»

Di conseguenza bisogna «diminuire i contatti interpersonali come già si cerca di fare, per poi passare via via alla chiusura delle attività meno essenziali e, se si rendesse necessario, alle altre. Altrimenti bisognerà girare quello che gli inglesi chiamano l’interruttore di trasmissione: ci fermiamo tutti per due tre settimane».

Infine, sulle misure presenti sull’ultimo DPCM, Crisanti ha detto: «Vedremo tra due settimane. Non voglio far polemiche, perché in questo momento ho a cuore solo l’interesse del Paese, ma quello che si poteva fare l’ho già proposto tempo fa», cioè varare un piano da 300 mila tampini al giorno: «Con 40 milioni di investimento potremmo acquistare i macchinari capaci di processare più tamponi in meno tempo e con minor uso di reagenti, come abbiamo fatto a Padova. Il costo a regime sarebbe di due milioni al giorno. Con il modo che abbiamo oggi di eseguire i test stiamo spendendo di più».

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