Crollo del Ponte, l’allarme dell’ingegnere Morandi: “Rischio corrosione”

Penso che prima o poi, e forse già tra pochi anni, sarà necessario ricorrere a un trattamento per la rimozione di ogni traccia di ruggine sui rinforzi esposti, con iniezioni di resine epossidiche dove necessario, per poi coprire tutto con elastomeri ad altissima resistenza chimica“.

Queste le parole, pubblicate su uno studio del 1979, di Riccardo Morandi, l’ingegnere che progettò il ponte crollato parzialmente a Genova.

Come riportato dal quotidiano La Verità, Morandi (morto il 25 dicembre 1989 all’età di 87 anni) evidenziò i primi effetti sul ponte della salsedine e dell’inquinamento.

Nella relazione intitolata Il comportamento a lungo termine dei viadotti sottoposti a traffico pesante situati in ambiente aggressivo: il viadotto sul Polcevera, a Genova, lanciò un “allarme corrosione“.

Ecco cosa scrisse l’ingegnere: “La struttura – scrive Morandi – viene aggredita dai venti marini (il mare dista un chilometro) che sono canalizzati nella valle attraversata dal viadotto. Si crea così un’atmosfera, ad alta salinità che per di più, sulla sua strada prima di raggiungere la struttura, si mescola con i fumi dei camini dell’acciaieria (il vecchio stabilimento Ilva, ndr) e si satura di vapori altamente nocivi“.

E ancora: “Le superfici esterne delle strutture ma soprattutto quelle esposte verso il mare e quindi più direttamente attaccate dai fumi acidi dei camini, iniziano a mostrare fenomeni di aggressione di origine chimica“.

Insomma, era già in atto una “perdita di resistenza superficiale del calcestruzzo“.

L’ingegnere concluse il rapporto affermando la necessità di proteggere “la superficie in calcestruzzo, per accrescerne la resistenza chimica e meccanica all’abrasione“, suggerendo l’impiego di resine e di elastomeri sintetici.