Domestica pagata 0,22 euro all’ora per 5 anni, denuncia per schiavitù

La triste storia dalla Francia

Tolosa, Francia. Una collaboratrice domestica ha lavorato in una cucina per dieci persone, tutti i giorni, 15 ore al giorno. E ha deciso di sporgere denuncia contro i suoi datori di lavoro per «schiavitù». Lo racconta Gentside.com.

Protagonista, suo malgrado, una donna senegalese di 38 anni che lavorava presso una famiglia senegalese – libanese «tutti i giorni dalle 7:00 alle 22:00 per 100 euro al mese», sostenendo di essere stata ridotta in «schiavitù» per 5 anni dopo essere stata privata del passaporto e di tutti i documenti d’identità.

La giovane avrebbe conosciuto i suoi datori di lavoro a Dakar, in Senegal: stavano cercando personale domestico che li accompagnasse in Francia. Dopo un primo mese andato bene, tornata nel suo Paese, ricontattata da quei datori di lavoro, la donna ha deciso di riandare in Europa per iniziare un’attività più lunga ed è allora che le cose sono cominciate ad andare male: «Quando sono arrivata il mio capo e sua figlia mi hanno preso il passaporto. Dormivo su un materasso che portavo da un appartamento all’altro a seconda dei compiti che mi venivano affidati. I bambini e il fratello del mio capo vivevano nello stesso edificio».

Di fronte a questa situazione insopportabile, la donna ha approfittato di una breve assenza dei suoi capi per «cercare i suoi documenti e scappare con l’aiuto di altri dipendenti domestici», ha rivelato il suo avvocato. E ha poi attaccato i suoi datori di lavoro per «tratta degli esseri umani, lavoro sommerso, impiego di uno straniero senza permesso e aiuto al soggiorno illegale».

Tuttavia, il giudice istruttore ha ritirato le accuse di trattamento disumano, ritenendo che non è stato provato che la denunciante fosse stata accolta in condizioni non dignitose o soggetta a condizioni di lavoro contrarie alla sua dignità. Una decisione contro cui la 38enne ha presentato ricorso.

I datori di lavoro di Tolosa sono stati ascoltati e hanno negato i fatti. Credono che la giovane senegalese abbia orchestrato tutto per ottenere il permesso di soggiorno e restare in Francia.

«Gli elementi indiscutibili della pratica dimostrano che aveva un telefonino, che aveva una paghetta per divertirsi, che era libera di muoversi e che andava anche in vacanza con i miei clienti. Siamo lontani dal presunto sfruttamento» ha detto l’avvocato della famiglia. Il caso sarà presto giudicato dal tribunale penale di Tolosa.

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