Hakan Sukur, da calciatore-re ad autista di Uber

Il campione turco di calcio costretto a rifugiarsi in Usa per motivi politici.

Si può cambiare vita per i propri ideali? Sì. Si può combattere contro un dittatore ricominciando e facendo un lavoro umile? Certamente. E da dove si può ricominciare? Dall’America naturalmente. Anche se lì non ti conosce quasi nessuno e la tua vecchia professione rientra tra gli abitanti degli Usa, a differenza che per gli europei, tra gli sport minori.

La chiamano parabola discendente, ma in realtà è una nuova tappa della vita di Hakan Sukur, calciatore simbolo degli anni Ottanta e Novanta, diventato poi politico in Turchia.

Costretto ad andare via dal regime di Erdogan per le opposte idee sul senso della democrazia, Sukur si è trasferito negli Stati Uniti. Lì si è rimboccato le maniche e ha cominciato a lavorare come autista per Uber, la app che permette a chiunque sia registrato di trasformarsi in accompagnatore con la propria auto.

LEGGI ANCHE: Arisa shock: “Ecco cosa ho fatto pur di sentirmi bella”.

Ex attaccante di Torino, Inter e Parma, l’ex calciatore ha sul suo capo, dal 2016, un mandato d’arresto perché sostenitore di Gulen, il più importante oppositore del regime turco. I suoi beni sono stati congelati. Ma lui non si è arreso.

In nome dei suoi ideali e per vedere una nuova Turchia, libera da Erdogan, nonostante il capo turco sia nel pieno della sua popolarità internazionale, visto che con Vladimir Putin è uno dei fautori della pace in Libia.

Sukur non piange quando spiega la sua situazione ma non ha mezze parole: «Non mi resta niente per colpa di Erdogan». A chi lo accusa di essere stato uno dei fautori del colpo di stato mancato contro Erdogan, risponde: «Golpe? Quale sarebbe stato il mio ruolo? Nessuno è in grado di spiegarlo. Ho sempre fatto cose legali. Non sono un traditore o un terrorista. Sono un nemico del governo, ma non dello Stato o della nazione, amo il mio Paese».

LEGGI ANCHE: Andrea Vianello e l’ictus che gli ha tolto la parola.

Forse è stata la scelta di schierarsi il grosso e relativo errore di Sukur: «Grazie al partito era aumentata la mia popolarità. Poi quando sono iniziate le ostilità è cambiato tutto. Ricevevo continua minacce dopo ogni dichiarazione – ha rivelato l’ex calciatore -. Hanno lanciato bombe nella boutique di mia moglie, i miei figli sono stati molestati per strada. Mio padre è stato incarcerato e tutti i beni sono stati confiscati».

E neanche trasferendosi in Usa la vita di Sukur è stata facile: «Ho gestito una caffetteria in California ma venivano persone strane al bar che suonavano la musica Dombra, cioè quella nazionalista turca».

Sukur non si arrende. Non vede l’ora di ritornare nel suo paese. Tutti noi aspettiamo questo giorno. Un giorno il calciatore eroe, diventato autista, tornerà ad essere eroe.

LEGGI ANCHE: Chi è Giacomo, il figlio di Adriano Celentano.