Se gli invalidi italiani vengono dopo i migranti… la storia di Anna da Trento

Anna è una signora di 55 anni, affetta da invalidità al 75%, iscritta di conseguenza alle liste speciali per accedere al lavoro.

Nonostante ciò, Anna, che ha un figlio a carico, sta vivendo un dramma: non lavora dal 2015.

Eppure le istituzioni dovrebbero farsi in quattro per trovarle una soluzione.

Anna, invece, sta subendo un torto: prima che le venga data la possibilità di vivere una vita dignitosa grazie ai proventi di un lavoro, bisogna occuparsi di altre persone, provenienti da altrove.

Sì, perché i migranti hanno la priorità sugli italiani.

No, non si tratta della classica lamentela di stampo leghista ma di un dato di fatto: ad Anna non viene assegnato un lavoro (nonostante la legge pretenda che ciò avvenga) perché lo Stato ‘deve’ pensare prima ai migranti.

Sia chiaro. Qui il razzismo non c’entra nulla ma si tratta di una questione di equità.

Qual è la sfortuna di Anna, invalida e con un figlio a carico? Essere italiana? Già, perché se magari Iole fosse nata in uno dei Paesi da cui proviene quella povera gente e avesse deciso di imbarcarsi per l’Italia, allora avrebbe avuto l’opportunità di essere presa in considerazione da uno Stato in cui non è né nata né cresciuta.

L’errore, infatti, è uno: mischiare le necessità.

Ovvero: inserire l’accoglienza e l’integrazione in un meccanismo solidale di cui fanno parte anche i cittadini italiani che hanno bisogno di assistenza sociale ed economica.

Eppure, dovrebbero essere due ambiti paralleli, l’uno indipendente dall’altro: da un lato il dramma dell’immigrazione, dall’altro il dramma della povertà italiana.

E l’errore che si sta commettendo è grave: dare ai cittadini il pretesto di avercela con chi arriva a bordo dei barconi.

No, così non va…

GIAN PIERO ROBBI (TRENTO)