“La dieta vegana può creare danni neurologici già nell’utero”, l’allarme degli esperti

L’Adi ricorda i pericoli della dieta vegana dopo il ricovero in ospedale di un bambino per denutrizione, figlio di una coppia di vegani.

Cinque giorni fa, come riportato qui, all’ospedale San Francesco di Nuoro è stato ricoverato un bambino di quasi due anni in avanzato stato di denutrizione, figlio di una coppia vegana.

In relazione a quanto successo, l’AdiAssociazione italiana di Dietetica e Nutrizione clinica – ha ricordato che “la dieta vegana è sconsigliabile in età pediatrica, in quanto priva di vitamina B12, carente di ferro, vitamina D e calcio. La carenza di tali nutrienti può determinare alterazioni dello sviluppo neurologico del bambino, oltre che gravi anemie. Se i genitori intendono seguire questo tipo di dieta, occorre informarli del fatto che la dieta vegana deve assolutamente essere integrata con tutti questi nutrienti, già dalla gravidanza, ed è necessario essere monitorati dal punto di vista medico sugli aspetti più critici“.

L’Adi ha anche sottolineato che l’adozione di particolari regimi dietetici può provocare gravi carenze nutrizionali anche nell’adulto e soprattutto nei bambini, che nella fase di crescita hanno esigenze particolari e che devono essere tenuti sotto controllo da personale esperto e competente.

Il numero delle persone che abbracciano stili alimentari alternativi, e quindi che escludono alcune categorie di alimenti, come quello vegano, sono in aumento – ha spiegato Giuseppe Malfi, presidente ADI – vi sono, come in questa circostanza, casi di intere famiglie che decidono di seguire modelli alimentari particolari che possono, soprattutto se non adeguatamente informate sui rischi e sulle necessita’ di integrazione, non soddisfare i fabbisogni nutrizionali dei singoli. Per questo e’ importante, da parte del personale medico e sanitario che tiene in cura tali soggetti, vigilare e attivare un monitoraggio costante del loro stato di salute“.

È importante che le donne vegane in gravidanza vengano messe a conoscenza dei rischi che corrono per la propria salute e per quella del feto – ha aggiuno Malfi – rischi che permangono anche nelle fasi successive di allattamento e svezzamento del bambino. Il pediatra di famiglia svolge un ruolo fondamentale nell’individuare gli individui a rischio, monitorarli secondo le linee guida gia’ emanate dalle Società Scientifiche Internazionali e rivolgersi, laddove ritenuto necessario, agli specialisti“.

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