L’assassino di Stefano Leo non doveva essere libero

Stefano Leo

Said Mechaquat, il 27enne che ha confessato di avere ucciso a Torino il 33enne Stefano Leo, non avrebbe dovuto essere libero.

L’uomo, infatti, era stato condannato con sentenza definitiva a un anno e sei mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia.

Fonti hanno riferito all’Ansa che ci sarebbe stato un ritardo o un intoppo nel trasferire i documenti dalla Corte d’appello alla Procura presso il tribunale.

Said, infatti, non aveva ottenuto la condizionale per i suoi precedenti e perché nella vicenda era coinvolto un minore.

Stefano Leo

Edmondo Barelli Innocenti, presidente della Corte d’Appello di Torino ha affermato che “come rappresentante dello Stato mi sento di chiedere scusa alla famiglia di Stefano Di Leo. Non consento di dire che la Corte d’Appello sia corresponsabile dell’omicidio. Qui abbiamo fatto quello che dovevamo fare“.

Sono qui a prendermi i pesci in faccia – ha aggiunto Barelli Innocenti – ma non scrivete che la colpa è dei magistrati. La massa di lavoro da smaltire è tale che il ministero dovrebbe assumere cancellieri e assistenti“, sottolineando che “è successo perché manca personale“.

Intanto, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha inviato gli ispettori per condurre le verifiche del caso.

Said, marocchino con residenza italiana, che ha ucciso il 33enne in riva al Po il 23 febbraio scorso, ha confessato di avere commesso il suo brutale crimine perché la vittima “aveva un’aria felice“. Qui la confessione.