Marco Predolin sulla psicosi da Coronavirus: “Quando mi consideravano un untore”

La storia si ripete, putroppo. A distanza di trent’anni le sensazioni sono le stesse.

Marco Predolin
Marco Predolin

Marco Predolin sulla psicosi da Coronavirus ha qualcosa da dire. Lo sa bene cosa significa essere considerato un ‘appestato’, qualcuno da cui tenersi alla larga. E racconta di quando, negli anni ’90, veniva considerato un untore. Il motivo? La diceria secondo la quale fosse malato di Aids.

Il conduttore televisivo, che negli anni ’80 era tra i volti noti di Fininvest, ha avuto non pochi problemi legati alle voci sul suo stato di salute: «Nel 1992, ero al culmine della mia popolarità. Nell’ambiente, messa in giro non si sa da chi, circolò la falsa voce che fossi malato di Aids, la sindrome da immunodeficienza acquisita», racconta.

Mascherine protettive contro il Coronavirus

LEGGI ANCHE: Maurizio Costanzo: “Me ne frego: io esco anche con il Coronavirus”

Qualcuno ha detto anche che era morto: «Qualcosa di strano, impalpabile ma incredibile: iniziarono di botto a non chiamarmi più, a non farmi più lavorare… uscì La Notte, un quotidiano del pomeriggio, col titolo: “Marco Predolin morto a Pavia”. Presero per buono il lancio di uno speaker radiofonico locale».

Marco Predolin sulla psicosi da Coronavirus ne può raccontare tante. Dopo aver fatto il test dell’Hiv e attestato la sua negatività, è andato da Maurizio Costanzo per annunciarlo pubblicamente e ha camminato per anni con la prova in tasca, così da convincere gli irriducibili.

Lo stato d’animo che lo ha accompagnato negli anni ’90 torna attuale, in questo periodo in cui dilaga la paura del contagio. Le esperienze raccontate dal conduttore, sono le stesse di oggi e provocano lo stesso dolore.

«Una volta mi fermai in un autogrill a prendere un cappuccino, e poi andandomene sentii chiaro uno dei due baristi dire all’altro: “Lavala bene, quella tazza, perché quello è malato”. Cose che fanno male. Questo episodio mi ha ricordato quello recente di cronaca della signora di Ischia che ha preso a insulti i due pullman di presunti untori di Coronavirus dal Veneto»: ha dichiarato.

«Ma ci rendiamo conto? Non le invidio per niente, queste persone della zona rossa. Perché temo che anche quando tutta questa storia sarà finita, non riavranno la loro stessa vita sociale. Saranno sempre quelli di Codogno e dintorni. L’ignoranza impera»: conclude chi, purtroppo, sa come ci si sente.

LEGGI ANCHE: Coronavirus, cosa bisogna fare in caso di sintomi?