Mascherina 2.0: dal Giappone un’idea rivoluzionaria

Verrà lanciata a settembre e sarà in grado di amplificare la voce e di tradurre le frasi in otto lingue.

Le mascherine servono solamente a proteggere dal Covid? E chi lo ha detto? E se avessero anche altre funzioni? Magari anche di natura comunicativa? Saranno state queste, probabilmente, le domande in grado di accendere la curiosità di alcuni progettisti che hanno dato vita a una mascherina 2.0, che potremmo definire tecnologica, di quelle che – nostro malgrado – abbiamo imparato a conoscere negli ultimi mesi.

Nell’idea della start-up giapponese Donut Robotics, diventa un vero e proprio accessorio, in grado di giocare un ruolo fondamentale grazie alla capacità di essere connessa allo smartphone. Uno strumento di comunicazione. Il prototipo elaborato si chiama C-Face e non è da escludere un impatto rilevante sul mercato. Magari già nelle prossime settimane.

La mascherina 2.0 viene connessa, tramite bluetooth, al telefono e offre la possibilità di amplificare la voce e di tradurre in otto lingue diverse le parole e le frasi che vengono pronunciate. Quelle a disposizione in questo momento, sono: giapponese, cinese, inglese, spagnolo, francese, coreano, thailandese, indonesiano e vietnamita. Ma in caso di successo commerciale, è piuttosto
scontato che l’elenco venga ampliato.

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Per ottenere le traduzioni, bisognerà sottoscrivere un abbonamento attraverso il download dell’app della mascherina. L’obiettivo è quello di facilitare la comunicazione tra stranieri e di permettere una migliore comprensione delle frasi pronunciate che, con l’utilizzo delle mascherine, spesso risultano ovattate se non addirittura incomprensibili.

Il lancio sul mercato avverrà ufficialmente a settembre: si parte dal Giappone, con un progetto pilota di cinquemila mascherine ognuna delle quali costerà 34 euro. La sua applicazione dovrà avvenire sopra la classica mascherina, destinata comunque ad assolvere il ruolo di protezione onde evitare di contrarre il covid. Una risposta potenzialmente trendy alla pandemia in atto. Chissà che non possa fare scuola. Anche se la speranza è quella di non dovere più fare i conti con il virus.

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