Niccolò Fabi contro il Festival di Sanremo 2020

Il cantautore romano sul Festival delle canzone italiana.

I nuovi campioni della musica italiana, rapper, trapper e cantanti indie sono «bravissimi a vendersi da soli», hanno una grande «capacità di marketing su se stessi, che si riflette con un potere comunicativo maggiore», ma dal punto di vista artistico, hanno una «potenza minore».

Perché nel loro lavoro «tutto è un po’ sloganistico, che poi è il riflesso della comunicazione attuale, internettiana, da social network, che è seduzione pura, fatta in maniera semplice, arguta, che però non stimola un approfondimento». Parola di Niccolò Fabi. Il cantautore romano è un fiume in piena ed è stato recentemente premiato per la sua carriera ultraventennale con la Targa Faber, consegnatogli all’Auditorium Parco della Musica di Roma all’interno del Premio Fabrizio De Andrè e ha parlato dei novi artisti.

Fabi parte da una premessa: lo scenario musicale italiano vive un momento «di fermento» soprattutto «rispetto all’epoca in cui ho iniziato io, quando trovavi 4 – 5 proposte italiane e una trentina/quarantina di proposte estere. Adesso la maggior parte del pubblico italiano consuma musica italiana ed è un dato, secondo me, non secondario e assolutamente positivo che abbia trovato dei narratori che parlano la nostra lingua, che sanno in qualche modo rappresentare lo stato delle cose di adesso e che stanno anche riavvicinando tantissime persone al live; molti di questi ragazzi fanno dei numeri incredibili che nessuno di noi ha mai fatto, tantomeno al primo disco o ai primi due dischi. È indubbio che hanno riacceso molto interesse sulla musica italiana, al di fuori anche del meccanismo radiotelevisivo, anche perché spuntano fuori da ovunque».

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L’interesse e il successo di pubblico c’è ed è alto. Altro discorso è il valore degli autori in campo.

«Sono indubbiamente specchio del linguaggio trionfante, ma non solo nella musica, anche nella vita e nel mondo di adesso anche nella politica, cosa che trovo anche più pericolosa. Sono tutti dei grandi esperti di comunicazione quindi c’è una grandissima capacità e malizia nel trovare il linguaggio adatto. Prima questo lavoro ‘sporco’, più di vendita, veniva fatto dai ‘cattivi’, dalle case discografiche, dagli uffici stampa, l’artista era un po’ sempre in conflitto con queste esigenze. Adesso sono bravissimi a vendersi da soli, non hanno bisogno di nessun altro. È un po’ il passo dei tempi, questa capacità di marketing su se stessi, che si riflette con un potere comunicativo maggiore ma anche con una potenza artistica minore, un pochino più flebile, nel senso che i contenuti tardano ad arrivare, sono cose sempre molto piccole, non hanno tanto spessore, nel senso che non ci sono due o tre, quattro livelli di lettura, è tutto molto davanti, tutto un po’ sloganistico, che è però il riflesso della comunicazione attuale, internettiana, da social network, che è seduzione pura, fatta in maniera semplice, arguta, che però non stimola un approfondimento, e questo lo trovo un limite artistico evidente, però credo che sia necessario questo passo per arrivare ad un’altra parte che ancora non si sa come sarà».

Quindi tutti bocciati? «Come linguaggio, in linea di massima, non mi interessano tanto – spiega Fabi – trovo più sintonia, interesse, curiosità, in una fascia di mezzo. Giovanni Truppi, per intenderci, il mondo dei Dimartino, dei Colapesce, di quei ‘poveri’ che sono arrivati un po’ troppo prima che scoppiasse il fenomeno. Che sono lì e dicono: ‘ma come? Fossimo arrivati due anni dopo avremmo riempito gli stadi… E adesso invece no, perché noi no e loro si?».

Artisti che hanno un loro seguito ben definito ma che sono rimasti incastrati dalla tempistica della discografia, nonostante il valore indiscusso confermato anche da Fabi. «Sì perché hanno delle storie con un’inventiva, una narrativa, un po’ più di doppi fondi, di immaginario. È ovvio che il linguaggio di questi nuovi ragazzi ha un limite quando deve tanto del suo fascino alla sua spontaneità, naturalezza, rozzezza, ruvidità, per questo i primi dischi sono quasi sempre meravigliosi».

«Come quello di Franco126 e Carl Brave – ha continuto Fabi all’AGI –  vengono dal niente e si sente la bellezza della ruvidità. Il problema è che se la tua arma di seduzione sta tutta nella spontaneità, nella sincerità, nel momento in cui entri nella lavatrice, nel meccanismo, inevitabilmente la perdi. E allora quando i mezzi artistici non sono proprio così ampi, perdi il tuo carburante, il tuo propulsore».

E poi c’è la musica trap. «È un mondo che conosco meno, è un linguaggio molto generazionale, lo sento leggermente più distante, anche se in alcuni casi è potentissimo l’immaginario estetico che ruota attorno ai due mondi, trap e indie, è forte, non dico che sia bello, però è forte».

Dopo questa premessa, il giudizio artistico di Fabi è impietoso: «Mi sembra solo tanto ripetitivo, ammetto che non conosco a fondo tutti e due i fenomeni, ma da una parte c’è questa continua ostentazione del successo raggiunto, di questo machismo dato dal ‘ce l’ho fatta e te rompo er c…, perché comunque prima stavo lì, ora invece c’ho etc etc’ è una cosa fica, potente, ma una volta… due volte… alla decima canzone che mi dice sempre la stessa cosa».

Poi critica quello che definisce «sticazzismo generale» che emerge dai testi, «per cui non c’è mai passione, non c’è mai una passione dichiarata, ma tutto un ‘po’ annà bene ma pò annà malè. Ma io ho 25 anni in più di questi ragazzi, quindi è ovvio che faccio fatica ad entrare dentro la loro quotidianità, ma è tanto evidente negli uni e negli altri questa atmosfera di fondo, l’unica cosa è che la trovo un pò limitata come orizzonte, come contenuto. L’altro giorno sul furgone stavamo ascoltando Samuele Bersani, la quantità di immagini, di storie, di suggestioni, di favole, di trovate linguistiche… una canzone di Samuele vale quindici canzoni dei nuovi ragazzi, in termini proprio di quantità di finestre che ti aprono. Non sto dicendo di bellezza della canzone rientreremmo in un meccanismo non giusto, ingeneroso, però parlo proprio di quantità di contenuti, di finestre. Poi magari loro ne aprono una e la sfondano, però è una, per cui una volta che ho sentito una canzone all’interno del disco loro è come se avessi un pò sentito tutto, c’è un vocabolario veramente minimo. Efficace, efficentissimo, però minimo».