Pinocchio, cose che (forse) non sai sulla fiaba di Carlo Collodi

Pinocchio è tornato al cinema nel film con Matteo Garrone. Ecco alcune curiosità sul noto burattino.

Da oggi Matteo Garrone porta al cinema la propria versione di Pinocchio, classico senza tempo di Collodi, giunto al cinema e in televisione in svariate forme, come film d’animazione o lungometraggio con attori reali.

Il celebre regista italiano ha optato per quest’ultima soluzione, proponendo un cast d’eccezione. Nel ruolo di Geppetto l’attore e regista Premio Oscar Roberto Benigni, che torna a cimentarsi con questa fiaba dopo la sua versione sul grande schermo. Per lui il ruolo di Geppetto, con Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini come Gatto e la Volpe, mentre a Gigi Proietti è stato proposto il ruolo di Mangiafuoco.

A un adattamento della fiaba sta lavorando anche Guillermo del Toro, per quella che è una storia senza tempo, che si adatta perfettamente sia a una narrazione più classica, per bambini e famiglie, che a una più adulta, dai toni anche dark, volendo. Ciò riconduce a quello che è in realtà il finale originale di Pinocchio, ben differente da quello che tutti conoscono.

Quando si parla di Pinocchio la mente di molti bambini vola in automatico alla versione Disney. Si tratta però di uno dei libri più famosi al mondo, tradotto in un numero impressionante di lingue. Se oggi è disponibile come volume unico, è bene spiegare come non sia nato con tale forma. Si trattava infatti di un romanzo a puntate, la cui pubblicazione ha avuto inizio nel 1881 sul “Giornale per bambini”.

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L’autore era Carlo Collodi, pseudonimo del giornalista toscano Carlo Lorenzini. La sua fiaba, classica e moderna allo stesso tempo, con un tocco di duro verismo, venne suddivisa in otto puntate illustrate. Queste raccontavano le avventure di Geppetto e del burattino parlante Pinocchio, in una veste alquanto simile a quella che oggi tutti conoscono grazie alla varie trasposizioni.

Ciò che oggi sorprenderebbe chiunque però nel leggere quella versione è il finale. Si tratta, infatti ,di una conclusione totalmente differente da quella alla quale siamo tutti abituati. Non esiste alcun lieto fine per Pinocchio. Il burattino non è in grado di tramutarsi in un bambino vero. Il suo cammino si interrompe molto prima, pagando a caro prezzo il suo vagabondare, terminando nelle grinfie del Gatto e della Volpe, che lo impiccano a un albero. I bambini del tempo si ritrovarono dunque a leggere le seguenti parole: «Oh babbo mio! Se tu fossi qui! E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito».

Un finale duro come un pugno nello stomaco, che spinse i giovanissimi lettori a scrivere in massa alla redazione, chiedendo che Collodi salvasse la vita del burattino. L’autore si ritrovò dunque costretto in qualche modo a modificare la propria visione della fiaba, donandole un lieto fine che soddisfacesse tutti. Furono necessari due anni per modificare il tutto, andando a operare dei cambi in altre sezioni del romanzo, tradotto in circa 240 lingue.

Nella storia originale, Pinocchio uccide il grillo con un martello, stufo di sentirne i rimproveri. Nel corso della storia il Grillo ricomparirà come fantasma per far ragionare Pinocchio prima che sotterri i suoi zecchini d’oro, e successivamente tornerà ad essere vivo e vegeto. L’apparenza «umanizzata» del Grillo è stata introdotta dalla Walt Disney.

Tra le varie interpretazioni che sono state date all’opera, ce n’è anche una di tipo esoterico, basata sull’ipotesi che Collodi appartenesse a una loggia massonica fiorentina. Le avventure di Pinocchio, in quest’ottica, non sarebbero altro che il processo di iniziazione in cui una marionetta di legno, simbolo della meccanicità della persona, aspira a ritrovare la sua anima autentica.

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Anche Tolstoj è rimasto suggestionato da Pinocchio, al punto da scrivere nel 1936 una versione alternativa in russo, dal titolo La piccola chiave d’oro o Le avventure di Burattino. L’inizio della storia replica quello di Collodi, ma poi la trama di Tolstoj diverge, descrivendo la lotta di Burattino contro Karabas Barabas, il padrone del teatro dei burattini lo stimolo a ribellarsi delle altre marionette. Il libro è stato tradotto in italiano con il titolo Il compagno Pinocchio (pubblicato da Stampa Alternativa nel 1984).

La storia del burattino ha ispirato commediografi, musicisti e artisti. Le pareti delle case di Vernante, dove visse Attilio Mussino, sono dipinti con murales che narrano le avventure di Pinocchio. A Collodi, Pescia, è sorto persino il Parco di Pinocchio, ovvero un parco di divertimenti. Ma le curiosità non finiscono qui: alla celebre marionetta è stato dedicato anche l’asteroide 12927.

Pinocchio, comunque, resta una storia che continua a parlare di morte, come provano alcune suggestioni artistiche, tra cui l’opera dell’artista austriaco Gottfried Helnwein, che nel 1988 ha realizzato il dipinto “Der Tod des Pinocchio” (La morte di Pinocchio).

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