Sardine, i 6 punti del programma e quel verbo che ‘stona’

Il movimento delle Sardine ha diffuso sei punti programmatici.

La fase 2 può iniziare. Dopo più di tre ore di conclave, a Roma, a cui hanno partecipato i 150 coordinatori delle 113 piazze d’Italia dove le Sardine hanno manifestato dal 14 novembre ad oggi, sono state prese le prime decisioni su cosa fare a gennaio, alla ripresa dopo la pausa natalizia.

Primo obiettivo del programma: le regionali in Emilia Romagna e Calabria del 26 del mese. Le Sardine sono pronte: «Ma non faremo un partito e non ci sarà una candidatura. Continueremo a riempire le piazze e a lanciare i nostri messaggi di antifascismo, antirazzismo, contro l’odio verbale e per arginare Salvini, diciamolo chiaramente», ha annunciato Grazia De Sario, delle Sardine di Barletta.

«Non ci saranno comunque partiti e non ci saranno liste civiche in Emilia Romagna. Sicuramente appoggeremo le liste di sinistra, ognuno nella sua libertà», ha continuato la coordinatrice pugliese.

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Durante la riunione di ieri mattina che si è svolta nel palazzo occupato Spin Time di via di Santa Croce in Gerusalemme, lo stesso dove nel maggio scorso l’elemosiniere del Papa riallacciò la luce staccata dall’Acea, le sardine d’Italia hanno ribadito i sei punti programmatici per cambiare il linguaggio della politica annunciati da Mattia Santori, il capo-sardina bolognese.

  • Uno: pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a lavorare;
  • Due: chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solo attraverso i canali istituzionali;
  • Tre: pretendiamo trasparenza dell’uso che la politica fa dei social network;
  • Quattro: pretendiamo che il mondo dell’informazione traduca questo nostro sforzo in messaggi fedeli ai fatti;
  • Cinque: che la violenza venga esclusa dai toni della politica e anzi che la violenza verbale venga equiparata a quella fisica;
  • Sei: abrogare il decreto sicurezza di Matteo Salvini.

Emerge il termine «pretendiamo». Verbo insolito per un movimento che ha fatto dell’ «ascolto», dei toni bassi e garbati, la sua cifra distintiva.

Il verbo pretendere è ricco di sfumature e certamente Mattia Santori e gli altri coordinatori delle Sardine, quando hanno steso i loro sei «pretendiamo» — al termine di un mese con grandi successi di piazza — avevano in mente questa accezione: «Richiedere con fermezza e decisione cosa a cui si ritiene di avere diritto».

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Mattia Santori, uno dei leader del Movimento delle Sardine.

Nelle pieghe della «voce del verbo pretendere», però, ci sono anche i significati «richiedere più del dovuto o del giusto» o, peggio, «chiedere con arroganza qualche cosa a cui non si ha diritto».

Entrambi, visto l’atteggiamento propositivo con cui si sono mosse la Sardine finora, sarebbero ingenerosi.

La vera sfida, dunque, per il movimento nato in piazza Maggiore un mese fa, risiede nell’ultima voce che il dizionario riserva al verbo pretendere: «Avere la pretesa di poter fare qualcosa di superiore alle proprie possibilità, facendo stima eccessiva di sé». Qui si gioca la partita. Quando Mattia Santori dice che «l’obiettivo» delle Sardine «è coinvolgere più del 25% dei cittadini» fa «eccessiva stima di sé».

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