“Sono un disabile e per la gente sono diventato un mostro. La mia storia”

disabilità

Il mio nome non è “Enzo”. Ma chiamatemi così e, leggendo queste parole, capirete presto perché.

Come voi guardo con gli occhi, ascolto con le orecchie, parlo con la bocca, tocco con la mano. Una sola, però. Perché gli altri tre arti non mi funzionano.

Sì, sono un disabile e la mia vita è, a causa della mia malattia, per niente semplice.

Comunque sia, sono vivo e ho diritto ad essere trattato come ogni altro essere umano, no?

Sì, direte voi… Beh, non è proprio così scontato.

Perché, nel pensiero dei normali, chi è disabile è malformato, ha un difetto di produzione. Di conseguenza, il disabile è un’anomalia di sistema che, visto che non si può aggiustare, va messa da parte, per alcuni addirittura in una ‘discarica’, in attesa che, prima o poi, si consumi, proprio come avviene per la spazzatura ‘organica’.

Figuriamoci, poi, se il disabile in questione diventa anche un ‘mostro’. E non perché si è reso protagonista di chissà quali fatti terribili ma perché, parola dopo parolabocca dopo boccasi è diffusa pure la più brutta delle voci: mi piacciono i bambini. Sì, è vero.

Mi piacciono. I bambini sono il fulcro e l’essenza dell’essere umano, per me i bambini sono l’individuazione concreta dell’innocenza e della spensieratezza. Per questi esseri umani in miniatura siamo davvero tutti uguali: neri, bianchi, bipedi e ‘carrozzati’. I bambini, inoltre, si sorprendono di fronte a ogni meraviglia e gli basta poco per avvertire la felicità in sé.

Sì, quindi, mi piace stare accanto ai bambini, i quali non mi guardano con gli occhi ipocritamente compassionevoli di certi adulti. È terribile, però, che c’è chi ha scambiato tale vicinanza con qualcosa di terrificante, così tanto da non riuscire a scrivere neanche quella maledettissima parola.

Beh, vi assicuro che sarebbe meglio essere trafitto da un coltello al cuore che sapere che c’è chi pensa che io possa turbare e maltrattare l’innocenza dei bambini.

La caccia al mostro, però, è partita e io sono solo in una comunità che mi detesta.

Ecco perché sto decidendo di andare altrove, via da dove vivo. Sì, lo so… gliela darei vinta. Gli darei ciò che vuole chi prova disprezzo verso di me. Eppure, in nome della dignità e soprattutto per contrastare il dolore smisurato che provo, la fuga sarebbe un’azione logica.

Eppure, non ho ancora preso questa decisione. Cerco ancora – forse stupidamente – un barlume di umanità negli occhi di chi incrocio. Qualcuno che non mi veda come un orco storpio né come un essere da commiserare ma semplicemente un uomo. Perché è quello che io sono.

LETTERA INVIATA A REDAZIONE@CRONACASOCIAL.COM