Trans va nel bagno delle donne, le chiedono il documento di identità

Il potere dei social. Tanto amati e tanto odiati, anche loro hanno il ‘dritto’ della medaglia: riescono a smuovere positivamente le coscienze. E così, se non fosse arrivata la denuncia su facebook, il fattaccio sarebbe rimasto sconosciuto, la vittima del sopruso non avrebbe avuto la solidarietà di migliaia di persone, i media non si sarebbero interessati al suo caso e chi ha sbagliato non avrebbe chiesto scusa e avrebbe continuato con la propria politica discriminatoria.

Stiamo parlando di diritti basilari come il rispetto della “scelta del bagno di una persona in base alla sua identificazione o espressione di genere“. Diritto sacrosanto sancito dalla legge sui servizi igienici, la ‘Human Rights Act’ di Washington, e che i gestori del ‘Cuba Libre Restaurant & Rum Bar’ di Washington non hanno pensato di calpestare. Ma forse (vogliamo credere che sia così) non ne erano a conoscenza.

La vittima del sopruso è Charlotte Clymer, una transessuale che lavora come attivista e portavoce della Human Rights Campaign, in difesa della comunità Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali e transgender). La scorsa settimana era in quel locale con amici per festeggiare un addio al nubilato.

A fine serata è andata in bagno. Quello delle donne. Una inserviente l’ha bloccata chiedendole un documento di riconoscimento che attestasse la sua appartenenza al genere femminile. Charlotte si è rifiutata ed è entrata nella toilette. Quando è uscita ha trovato addirittura il gestore del locale ad attenderla. Dopo una discussione animata che ha visto arrivare persino la Polizia che ha dato ragione a Charlotte (mentre il gestore è rimasto della sua idea), l’attivista ha denunciato l’accaduto sui social.

Ero indecisa se rendere pubblica o meno la cosa – ha dichiarato Charlotte – ma poi ho pensato che dovevo farlo per tutti i membri della comunità Lgbt che non sono fortunati come me. Perché sono convinta che se fosse successo a una transessuale non bianca, non così consapevole dei suoi diritti o collegata a persone che se ne occupano, come me, non avrebbe avuto il coraggio e la forza di andare avanti. E l’episodio sarebbe rimasto inosservato come sempre“.

Inutile dire che i social hanno fatto da cassa di risonanza per l’accaduto a tal punto che il tweet è stato condiviso persino dal sindaco di Washington e dalla figlia di Bill Clinton. Dal locale sono arrivate le scuse ufficiali.